Chi è online

Abbiamo un visitatore e nessun utente online

Sondaggi

Ti piace il sito?

Sì - 100%
No - 0%

Total votes: 18
The voting for this poll has ended on: 05 Dic 2012 - 21:04

 

 

La vita è spontaneità, la vita è verità, la vita è congruenza e, dunque, la cosa più assurda e contro natura è rappresentata dai conformismi, sono questi le facciate che uccidono l’autenticità del vivere.

Il counseling si lega all’autenticità della vita e si fonda sulla congruenza, sul rispetto e sull’ascolto attivo dell’interlocutore e, dunque, rifiuta ogni forma di facciata ed esteriorità. Il counseling mira all’essenziale, non ha bisogno di sfondi e tappezzerie. Tutto ciò non significa rinunciare ad avere un luogo di fisso riferimento, ma il counseling si può fare dappertutto, anzi a volte è anche importante la scelta del luogo in relazione alle preferenze e alle tipologie di personalità del cliente.

Il counseling di Rogers prende forma dall’assunto centrale che il cliente “sa di più”. Rogers era così convinto di questa sua fondamentale e rivoluzionaria intuizione che lui all’inizio chiamò il suo modo di lavorare “counseling non direttivo”, sottolineando in tal modo come il compito del counselor sia quello di mettere in grado il cliente di entrare in contatto con le sue stesse risorse interiori piuttosto che influenzarlo circa la direzione da prendere. A tale scopo il counselor, che deve possedere come doti l’empatia, il calore e la genuinità, deve cercare tutte quelle condizioni che forniscano al cliente quel contatto con le proprie risorse interiori, quindi anche un ambiente a lui confacente, dove egli si senta a suo agio, o dentro o all’aria a secondo delle situazioni.

Per cominciare, possiamo dire, ad esempio, che se ho davanti a me un giovane, e con ciò intendo un ragazzo o ragazza dai 13/14 anni ai 24/25, il luogo migliore è un bar o un pub, a mano che lui preferisca qualcos’altro. Mi è capitato spessissimo di avere colloqui con più di un ragazzo o ragazza in qualche bar o pub: il giovane si sente a suo agio, nella sua dimensione, nel frattempo del colloquio ama anche bere qualcosa assieme, né la confusione o l’andirivieni della gente lo distrae, lui c’è abituato. La cosa particolare è che sa benissimo concentrarsi ugualmente. Anzi, è molto più naturale, mentre all’interno di uno studio si sente impacciato e condizionato. Lo avverti a pelle, guardandolo non ci vuole molto a capirlo. Ricordo chiaramente che una volta, proprio perché avevo avvertito in lui un forte condizionamento ed impaccio, dissi ad uno di questi giovani: “ti va di uscire, per esempio di andare ad un bar a bere qualcosa? Parliamo lì …”. Accolse la proposta con entusiasmo. A queste età amano molto parlare anche in auto; si sentono fuori dagli schemi e come protetti, soprattutto quando i loro disagi sono più gravi e “particolari”. D’altronde il counseling può essere praticato in un’ampia varietà di contesti: scuole pubbliche o private, carceri, università, cooperative sociali che si occupano di prevenzione (per esempio, attraverso centri di aggregazione per adolescenti o ludoteche), aziende ecc. E’ questa una sua caratteristica peculiare.

Con i bambini lo studio non va proprio bene: con loro si va fuori a giocare e, giocando o passeggiando, si parla. Tutt’al più all’inizio si può far finta di aiutarli a fare i compiti, o meglio si usano i compiti per arrivare a conquistare la loro fiducia e la loro confidenza. Il piccolo non ama essere analizzato,  sostenere certo tipo di colloqui, il parlare con loro deve essere il risultato di una conquistata amicizia e fiducialità. Porto l’esempio di un’adolescente che da piccola, quando faceva le elementari, fu mandata in terapia dai genitori, su invito di un’insegnante. Ancora oggi questa ragazzina continua ogni tanto a chiedere alla madre “ma io, sono normale?”. Ora sappiamo per certo, inclusi i genitori, che di tutto quello non ci sarebbe stato alcun bisogno. Quell’ombra era rimasta dentro di lei e solo ora, pian piano, riesce a smaltirla e a riconquistare lentamente la fiducia in se stessa.

Lo studio va meglio per le persone di una certa età e, anche in questi casi non sempre, dipende dalle tipologie. Certo un avaro - tradizionalista e conformista vuole lo studio, anzi si meraviglierebbe del contrario. Caso mai, il portarlo in un bar può essere un punto di approdo quando il soggetto, verso la fine del suo percorso, sia riuscito a spostarsi un po’ verso l’effervescente. Così imparerà a vivere un po’ di più le proprie dimensioni emotive, a gustarsi le emozioni che per tanto tempo aveva soffocato e relegato lontano. Il counseling si fonda sul “qui ed ora” e, dunque, al “qui ed ora” ci si deve adattare.

Con i ragazzi è molto produttivo ed arricchente fare counseling a scuola, in classe mentre si fa lezione. Anzi qui è valido applicare il metodo socratico e rogersiano dell’auto - educazione. Ci si arriva pian piano, cercando anche in questo caso di conquistare prima la loro simpatia e la loro fiducia. A dire la verità, mi capita spesso, praticamente all’inizio di ogni anno scolastico, quando incontro dei ragazzi per la prima volta, di chiedere loro “perché siete qui?”. Le prime risposte sono scontate, mi pare ovvio. Ma poi, facendo uso proprio della maieutica, li porto, servendomi di domande sempre più incalzanti, a cercare dentro di loro le risposte. Così scoprono che a scuola non ci devono andare per nessun altro che non sia il loro se stesso: la formazione è un diritto, è rispetto della propria dignità che impone un riconoscimento e, se uno non impara a rispettare se stesso, non potrà mai arrivare a rispettare gli altri. La materia di studio può diventare un’occasione di riflessione sul sé e sui problemi della vita; la filosofia è adattissima a tutto questo, ma anche la storia delle letterature e molto altro, anche la fisica, se volete. Essa, infatti, può aiutare il giovane a crescere nel rapporto tra il sé e la natura e il mondo che gli sta attorno. Posso aggiungere che quando un giovane è entrato nella logica del counseling chiede lui stesso di fargli il test e, assicuro, che ogni anno lo richiede perché è curioso di vedere quali progressi ha fatto nel frattempo. I giovani sono molto collaborativi e fare counseling in classe è molto produttivo, anzi è uno dei suoi aspetti più fruttuosi. Lo si applica alla comunicazione didattica ed educativa, lo si applica per capire a quali ambiti di intelligenze ogni ragazzo appartiene e per aiutarlo a sviluppare quelle mancanti, ancora per aiutarlo a crescere nell’apprendimento. Ad esempio, ad una ragazza di terza Scienze Sociali, che aveva un’intelligenza narrativa, ma era molto carente nella logico - ordinativa e nell’intuitiva, con scarsa capacità di concentrazione, ho fatto fare degli esercizi di centralizzazione mentale appunto; bene, il risultato in breve tempo è stato ottimo: lei, che si sentiva da meno rispetto a quelle compagne che mostravano una notevole intuitività, si è ora scoperta in grado di fare altrettanto, e di essere diventata più analitica, ordinativa e concentrata.

V. Masini insegna come il counseling si può fare seduti in una panchina in un parco o ai giardini, e ancora si può fare nelle occasioni più disparate; ad esempio durante un pranzo nuziale dopo il taglio della torta, o in occasione del pranzo ad un battesimo, durante una cena tra amici o colleghi e così in varie altre occasioni. Non dimentichiamoci, d’altra parte, la lezione che ci dà Rogers: il counseling si fonda sulla centratura sul cliente e quindi anche il luogo scelto per il colloquio deve essergli confacente. Egli scrisse un libro rivoluzionario, “La terapia centrata sul cliente”, che costituisce la Bibbia del counseling, dove scriveva  appunto che “ciascun essere umano ha in sé tutte le risorse per ritrovare quelle modalità comportamentali e quella visione del mondo per vivere con piena soddisfazione la sua vita … e compito del counselor è quello di mettere chi chiede aiuto nelle condizioni migliori per ritrovare e riattivare le proprie risorse”. E’ chiaro che tra queste condizioni ci sta pure il luogo.  Certo è ovvio che il facilitatore potrebbe preferire di starsene sempre al comodo nel suo studio e di darsi tramite questo un’immagine; ma in tal caso il soggetto in questione metterebbe sé e non l’interlocutore al centro della situazione. La vanità non c’entra con il counseling, anzi il cuore di questa professione è la dote opposta, ovvero l’umiltà. Il counseling è una risorsa di evoluzione individuale e sociale che può essere realizzato in diversi e molteplici contesti e luoghi. D’altra parte il facilitatore deve possedere un’approfondita conoscenza teorica del ruolo delle emozioni nello sviluppo, nella salute e nella capacità di rapporto degli esseri umani e, dunque, deve saper valutare anche quali effetti emotivi un luogo può determinare in un particolare soggetto, tenerlo presente affinchè il soggetto con il quale si trova ad interloquire si senta a perfetto suo agio. Non dimentichiamoci che Socrate, che fu il primo counselor della storia, praticava la sua attività maieutica per le vie di Atene passeggiando con i suoi discepoli. Lo stesso dicasi per Danilo Dolci (sociologo ed educatore vissuto tra il 1924 e il 1997) che svolse la sua relazione maieutica con i giovani non solo all’interno di sale ed aule ma anche in campagna, come dimostra la famosa esperienza svolta nel centro educativo di Mirto in Sicilia dove, nel corso di un seminario, i ragazzi dovettero esaminare “quali tipi di silenzio possono esistere”; la cosa dette spunto a molte osservazioni che aprirono svariate riflessioni sul vissuto quotidiano e problematiche di vita reale che servirono ai ragazzi per darsi risposte al proposito. Dolci affermava che “interrogare è anche l’introdursi in un grembo in attesa e fecondarlo fecondandosi” e per far questo non c’è sempre bisogno di ambienti chiusi. Ricordo di aver aiutato, nel corso della mia attività educativa, più di un ragazzo durante gite scolastiche, in pullman, lungo i corridoi di una scuola o in una biblioteca scolastica; se la persona ha bisogno in quel momento del nostro aiuto o si presenta l’occasione lì e in un dato momento, è opportuno intervenire.

Il counselor è colui che mette le sue conoscenze e soprattutto se stesso a disposizione della crescita di un individuo e dell’armonizzazione del suo io, lo deve fare per e con amore e l’amore e il prendersi cura implicano che il facilitatore non dimentichi l’autenticità, la semplicità e l’umiltà, che guardi all’essenziale e al bene reale del proprio interlocutore e di coloro che ha di fronte. Quindi deve saper cogliere tutte quelle occasioni e situazioni in cui intervenire in modo appropriato, i “qui” ed “ora” che possono essere irripetibili quanto fruttuosi, essere flessibile ed elastico a seconda dei casi.